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Voce

Aperto da mimmo77, Agosto 27, 2021, 03:22:10 AM

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mimmo77

Per far capire ad un cavallo quando ha fatto qualcosa di giusto, il cavaliere dispone di varie possibilità: può accarezzarlo, può sospendere il lavoro, gli può dare un bocconcino; anche se il cavallo fa qualcosa di sbagliato bisogna ugualmente indicargli che quello che ha fatto gli è proibito.

All'inizio del suo addestramento, il cavallo non sa se ha fatto qualcosa di giusto o di sbagliato.

Spesso dei cavalieri si irritano con il cavallo che non fa o fa male ciò che essi chiedono, cogliendovi un segno di cattiva volontà, perché per loro quello che vogliono è chiaro.
Purtroppo non lo è per il cavallo che, prima di tutto, deve capire.

In linea di principio, se il cavallo esegue male una richiesta e fa una cosa sbagliata è necessario farglielo capire immediatamente, altrimenti, in perfetta buona fede, ripeterà e ripeterà ancora l'errore per il semplice fatto che non sa che ha sbagliato.
Per far ciò, io non vedo altro che utilizzare gli aiuti classici: frusta, speroni, capezzone!

Ma non c'è nient'altro da fare? No! A meno che...

Su questo pianeta, la maggior parte degli esseri viventi comunicano attraverso dei suoni.
Il linguaggio sonoro è universale.
E perché noi cavalieri non dovremmo servirci dei suoni per farci capire dal cavallo, da un animale così differente da noi?
Sarebbe masochismo e mancanza di buonsenso.

Quasi tutti i pi√Ļ importanti autori equestri hanno consigliato l'uso e hanno segnalato i vantaggi che ne derivano dall'uso della voce, ma questo √® rimasto ancora una volta al livello di trattati equestri e non √® passato nell'istruzione corrente, non √® entrata nelle consolidate abitudini equestri.

In numerose squole, chi parla al suo cavallo si prende delle sonore cazziate: ¬ęabbiate pi√Ļ gambe e meno voce¬Ľ √® una formula che abbiamo sentito nella principale scuola equestre francese.

Per inciso, in Germania, i cavalieri - almeno quelli di salto ostacoli - utilizzano un vero e proprio linguaggio sonoro specifico, in maniera tale che pur cambiando i loro cavalli, le comunicazioni vocali restino le stesse.
Per quello che mi riguarda, non solo considero la voce come facente parte degli aiuti, ma - soprattutto all'inizio dell'educazione - la reputo come l'aiuto principale.
La voce ha, come primo vantaggio,  quello di essere immediatamente comprensibile.
Uno strillo secco e gutturale indica chiaramente al cavallo che il cavaliere non è contento e che dunque ha fatto qualcosa di proibito.
Per l'approvazione, √® sufficiente un tono pi√Ļ morbido e se per le prime volte √® accompagnato da carezze ed anche da una piccola ricompensa in cibo, il cavallo comprende pi√Ļ facilmente che quel suono ha il significato di approvazione.
In questo modo abbiamo sempre la possibilit√† di dire  istantaneamente al nostro cavallo quando sbaglia e quando fa bene in maniera semplice e chiara.
Un altro vantaggio della voce, tra l'altro segnalato da molti autori equestri, è che questa cattura subito l'attenzione del cavallo.
Infine, ma di capitale importanza, parlare al cavallo gli fa comprendere che il suo cavaliere vuole che impari qualcosa.
Dunque, anche se il cavallo ascolta solo per curiosit√†, diventa comunque attento e allora imparer√† molto pi√Ļ velocemente.
Diamo quindi come principio che la voce rappresenti l'aiuto principale del cavaliere, soprattutto durante  la prima parte dell'educazione del cavallo.
Certamente il cavaliere deve saper usare gambe e mani, ma alla stessa maniera, deve saper utilizzare la voce.

Ora, per molti, questa cosa non è affatto chiara... Forse perchè durante i loro inizi equestri la comunicazione vocale, non solo non è stata insegnata, ma molto spesso è stata loro vietata?
Oppure la causa potrebbe essere che ci si vergogna di parlare ad un animale?

Quali che siano le ragioni, si pu√≤ constatare che generalmente                                                                                                                                                                                               i cavalieri non sono portati a parlare al cavallo e, quando lo fanno, molto spesso, non sanno comunicare chiaramente.
Un cavaliere deve essere un animalier, nel senso che deve mettersi al posto del cavallo per sentire i suoi pensieri, le sue reazioni e soprattutto quello che può e non può capire.
Le parole non hanno nessun significato per lui, solo il suono, la tonalità della voce possono esprimere quello che vogliamo dirgli.
L'approvazione pone in generale pochi problemi, basta fargli un po' di smancerie e il cavallo capisce, mentre è necessario che la disapprovazione debba essere molto energica.
Il divieto e la condanna alle azioni scorrette deve essere imposto con uno strillo forte, uno solo ma breve e imperioso.
Anche un cavallo non abituato ai comandi vocali deve immediatamente avvertire la (finta) collera del cavaliere.
Ben inteso, la collera non deve essere vera neanche per un solo istante.
Pensiamo che, se per una qualsiasi ragione, il cavaliere sentisse salire un minimo di collera, debba immediatamente smettere di lavorare e non riprendere fino a quando non si sentirà perfettamente rilassato.

Per contro, la collera la deve simulare e non può farlo che con la voce. Non si tratta di far paura al cavallo, ma di fargli comprendere che il cavaliere non sta scherzando.
In un gran film che si chiamava Trois de Saint Cyr c'era un graduato che diceva ad un giovane sancirino: ¬ęsignore un ordine non si sussurra... si URLAAAAAAA¬Ľ!!!
Molto giusto, ma non dobbiamo arrivare a urlare... tranne che qualche volta! L'ordine deve essere "schioccante" per essere efficace.
Altro imperativo molto importante: bisogna dare la terribil voce nell'istante stesso in cui il cavallo compia un'azione vietata, così comprenderà perfettamente la causa della reazione del cavaliere. Se la sgridata tardasse anche di poco, ci sarebbe il forte rischio che il cavallo non capisca.
Ben inteso, il divieto sonoro deve essere chiaro e forte, ma quando finalmente il cavallo fa il movimento voluto, i segni di approvazione devono essere altrettanto ben marcati e significativi a dimostrazione dell'entusiasmo del cavaliere. Noi comunichiamo con un animale e perché le cose siano chiare per lui, non bisogna temere di essere eccessivi nelle nostre manifestazioni di rimprovero o di approvazione.
Così le cose diventano comprensibili per il cavallo, iI bene ed il male sono perfettamente differenziati, le regole son chiare e questa chiarezza, a sua volta, produce fiducia e tranquillità.
Un cavallo che sa quello che deve fare è un cavallo calmo e tranquillo.


Al rimprovero e alla lode bisogna aggiungere un terzo suono che noi chiamiamo il "ronron"... il far le fusa dei gatti e delle gatte.
Perché?
Perché mentre noi - dalla sella - abbiamo il cavallo sempre sotto gli occhi, lui non vede noi e per questo, durante il lavoro, l'animale non può sapere esattamente lo stato d'animo del suo cavaliere e la cosa lo può inquietare.
Se in quel momento lui sente la sua voce che - con calma - gli fa dolcemente il ronron, capisce che tutto va bene e subito si tranquillizza.
Come ha detto il grande Nuno Oliveira: ¬ęse il cavallo si innervosisce, bisogna accarezzarlo con la voce¬Ľ

Tratto da "Dressser c'est Simple" - Jean D'Orgeix - Ed. Belin

Curiosamente, l'equitazione cavallara si basa quasi esclusivamente sulla voce...
... fatti non fummo per "viver el noble bruto" ma per condivider virtute et cagnoscenza...