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Autore Topic: Un Ufficiale di cavalleria. Capitolo IV  (Letto 3023 volte)

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raffaele de martinis

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Un Ufficiale di cavalleria. Capitolo IV
« il: Dicembre 20, 2012, 09:27:01 pm »

CAPITOLO IV
La scuola militare di Saint-Cyr – I gradi di caporale e quelli di sergent-fourier – Ero bravissimo in ginnastica – Lo spirito di corpo degli allievi – L’antica disciplina a Saint-Cyr – L’ammissione in cavalleria.


Il 20 Novembre 1842, a diciassette anni, l’età minima per essere ammessi, entrai alla scuola militare di Saint-Cyr;  ne uscii a 19 anni, classificandomi al 31° posto.

Ero davvero un pivello, infatti quando  raggiunsi l'età pensionabile - il 25 Marzo 1890, a 65 anni -  ero l'unico del mio corso ancora in servizio attivo.

Quello era "il corso del terremoto"; se non ricordo male, fu chiamato così a causa di un terribile  terremoto che devastò la Martinica proprio quell’anno.

Grande fu la la gioia che provai quando seppi della mia ammissione a Saint-Cyr, grande fu l’orgoglio quando indossai per la prima volta l’uniforme della scuola.

La divisa da collegiale, che avevo appena lasciato, mi imbarazzava. Non saprei dire il perche', dato che anche ragazzi più maturi di me la indossavano tranquillamente.

Certo non era elegante e il ruvido cappello a cilindro che la completava era forse un po’ ridicolo, ma soprattutto non mi dava alcuna emozione : tutti potevano indossarla, mentre l’uniforme di Saint-Cyr io me l’ero guadagnata con l'impegno e il sacrificio, mi sentivo un soldato...quasi un ufficiale. ....

Ah ! Come ne ero fiero!

La mettevo pure in licenza quando avrei potuto usare tranquillamente abiti civili.

Eravamo selezionati in base alla corporatura e  il battaglione era diviso in due parti,  formate  da quattro compagnie ciascuna.

Gli allievi più alti formavano le quattro compagnie di destra ed erano
soprannominati:  “i cammelli”; gli altri formavano le quattro compagnie di sinistra ed erano chiamati:  "i nanerottoli"...io ero piazzato in testa a queste ultime, in pratica nella taglia media. Nota 1)

Il generale de Tarbe comandava la scuola, aveva svolto parte della sua carriera sotto l’Impero. Era piccolo di statura, scuro, molto magro, il volto completamente rasato: quest’aspetto gli dava una certa  rassomiglianza con il Bonaparte giovane quello d’Italia e d’Egitto. Era severo, ma dirigeva molto bene la scuola.

Dei nostri insegnanti, quello che seguivamo più volentieri era certamente il signor Millet, professore di Storia di Francia, il quale sapeva far vibrare le corde del nostro patriottismo con la sua enfasi: quando terminava di descrivere la battaglia di Waterloo, picchiava forte il pugno sulla scrivania...benché questa messa in scena fosse famosa e si ripetesse uguale da molto tempo, qualcuno di noi ancora si commuoveva.

Mi ero dato con entusiasmo alla vita militare, ero affascinato da tutto ciò che la riguardava : l’impegno col quale assolvevo i miei compiti mi valse la nomina a caporale il primo anno e a quella a sergent-fourrier all'inizio del secondo anno.

A causa del mio grado di caporale ebbi qualche problema:  la notte precedente la partenza per le vacanze ci furono dei disordini in camerata dovuti all’euforia della situazione.
I colpevoli non furono trovati ed io , che ero il graduato responsabile,  fui punito con 15 giorni agli arresti.

Ero disperato! La mattina dopo, dalla mia cella, sentivo le grida di allegria dei miei compagni che lasciavano la scuola:  per me la gioia di andare a casa era sfumata, dovevo aspettare ancora 15 giorni per poter abbracciare i miei familiari.
Non li vedevo da un anno: a quel tempo gli allievi non potevano incontrare le loro famiglie durante il corso, per farlo bisognava aspettare la licenza.

La prigione era molto dura, ma - come ho detto - ero addolorato per altre ragioni.
Durante i primi otto giorni di arresti  non si poteva uscire dalla cella ;  il vitto giornaliero comprendeva una razione e mezza di pane e un piatto di minestra due volte al giorno. E che minestra ! Un addetto portava quella sbobba in un secchio e la travasava in un piatto munito di  cucchiaio che veniva lasciato a terra,  davanti alla porta della cella.

Quanto all’ igiene, nonostante i tanti gatti presenti - necessari al contenimento dei numerosi sorci - contribuissero alla pulizia  leccando accuratamente le stoviglie (sic!), la pulizia dei piatti lasciava molto a desiderare.

Associavo il rumore delle loro lingue all'opera a quello del mio cucchiaio che prendeva la minestra - disgustato - finivo con l’accontentarmi  solo del pane.

Quella volta i miei arresti non durarono a lungo, fui rimesso in libertà la sera stessa della partenza dei miei compagni…che contentezza !!

I miei esercizi preferiti erano quelli in sala d’armi e in palestra.
Quest’ultimi erano programmati alternando i giorni per ogni reparto, tre volte la settimana.
Non mi bastava...mi organizzavo in maniera tale da andare in palestra non solo ai miei turni, ma anche a quelli degli altri.

Ero molto bravo in educazione fisica, “mi ero fatto una fama”, confermata da un episodio accaduto molti anni dopo, quando già ero generale.

Al funerale  del generale Chanzy, incontrai il generale  Ritter, mio compagno di corso, che era stato uno dei miei rivali in ginnastica.
Mi avvicinai e, presentandomi, gli chiesi se mi avesse riconosciuto. Dopo avermi fissato per qualche istante, rispose:  “Non rammento il suo nome, ma ricordo che lei era veramente forte in palestra.”

Pensai che il mio vecchio compagno fosse un po’ rimbambito: di tutti i ricordi dei bei tempi della giovinezza, gli era rimasto impresso – per riconoscermi –  quello della palestra di Saint-Cyr!

Allora, lo spirito che animava gli allievi della Scuola Militare, era molto differente da quello che trovai - sedici anni piu' tardi - quando vi tornai  in qualita' di comandante di squadrone.
Certo quei “sancirini” erano più eleganti ed ordinati di noi, avevano maniere più gentili, ma lo spirito militare - tra di loro - non era più vivo come ai miei tempi.

Noi volevamo essere soprattutto dei soldati, dei militari, e se è vero che  il nostro comportamento non era sempre irreprensibile, e' anche vero che eravamo uniti dall'amore per il “mestiere delle armi”.

Così, durante le nostre passeggiate domenicali – vere marce militari -  benchè il mio zaino fosse così carico che a stento potevo aggiungervi un litro d'acqua , non era pesante abbastanza per farmi affaticare. Lo dico per farvi capire di che risma fossimo fatti.

La differenza tra le due epoche non riguardava solo lo spirito degli allievi:  i due regimi erano molto differenti tra di loro e il nostro era veramente  molto duro ; mi limiterò a spendere qualche parola sul cibo e sull’abbigliamento.

Il cibo lasciava molto a desiderare e inoltre veniva razionato, compreso  il pane che – per quelli di noi che avevano un buon appetito - risultava veramente insufficiente. La  colazione era composta da abbondante acqua  e  pane, prelevato dalla nostra magra razione giornaliera.

Per quanto riguarda la nostra uniforme, non prevedeva mantello o cappotto.
Era sempre la stessa, d'inverno e d'estate: giacca a coda di merluzzo:  a quei tempi  divisa della fanteria, e  "contre-épaulettes".
Noi le  chiamavamo “gallette”,  erano rosse per la sezione di destra e gialle per quella di sinistra, identiche a quelle indossate dai reggimenti di linea,  nelle compagnie dei granatieri e dei “voltigeurs” di fanteria leggera. Nota 2)

Raramente si andava in libera uscita, che comunque era sottoposta a rigide condizioni; così mio fratello - entrato nello stesso periodo al politecnico di Saint-Cyr - poteva venirmi a trovare solo la domenica, nelle ore stabilite.

Quando avevo una mezza giornata libera,  si andava a Versailles, mentre nei giorni – molto rari – in cui disponevo di una giornata intera di permesso, mio fratello ed io ci recavamo a Parigi da una zia ,  la signora Dumesnil,  sorella molto amata di nostro padre che , non avendo avuto bambini, ci aveva sempre trattati  come  figli suoi.

Per l'ingresso in cavalleria non occorreva sostenere alcuna prova pratica, poichè   dal 1824 l’equitazione aveva smesso di far parte del programma di istruzione a Saint-Cyr.
La selezione era effettuata secondo la graduatoria finale, e io mi assicurai l’ammissione in virtu’ di un buon piazzamento.

Nonostante l’allettante prospettiva di accedere a Saumur, la mia partenza da  Saint-Cyr  fu davvero  molto triste.

In quel momento, più che  l'entusiasmo per i progetti futuri, sentivo il dispiacere di separarmi - forse per sempre - dagli amici che - comunque - non avrei dimenticato.

Poi, c'era il fucile, la mia prima arma da soldato,  trasformatosi da fucile ad acciarino a fucile a percussore; e le mie buffetterie ,  che imbiancavo con tanta cura...ero affezionato anche a quelle! Nota 3)

Erano sentimenti che in qualche modo oscurarono la gioia di ricevere le spalline.

Tornato a Luneville, trovai la casa in lutto. Da poche settimane era morta la zia, una santa donna per la quale provavamo un grande affetto e che aveva dedicato tutta la sua vita ad accudire nostra nonna.

Nota 1) Sembrerebbe (di solito così è) che, quando gli squadroni erano/sono schierati di fronte, gli elementi più piccoli  stessero a sinistra e i più alti a destra.
Nota 2) "épaulettes"  erano date come un segno di distinzione; Nel gergo militare francese si chiamano: contre-épaulette le spalline semplici, che indicano un reparto di     appartenenza, mentre quelle, con le frange che cadono sulla manica     si chiamano: - épaulettes ed indicano un grado. Gli ufficiali coi  gradi più bassi portavano una sola spallina con le frange, e sulla spalla "contraria", sull'altra spalla,  ne avevano una semplice da cui - probabilmente: - "contro-spallina" .
Nota 3) Erano/sono  delle cinghie in pelle di "buffalo" - appunto - alle quali si sitemavano varie attrezzature  militari: - fondine, tascapane, giberne, cartuccere, ecc.
Oggi - per estensione - si indicano con questo termine,  gli accessori armamentari militari o da caccia che si indossano, si portano addosso.


« Ultima modifica: Dicembre 21, 2012, 12:35:07 am da raffaele de martinis »
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