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Autore Topic: Un Ufficiale di cavalleria. Capitolo XI  (Letto 3477 volte)

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raffaele de martinis

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Un Ufficiale di cavalleria. Capitolo XI
« il: Aprile 11, 2013, 03:13:02 am »

CAPITOLO XI
D'Aure. -  Il suo stato di servizio. -  La sua descrizione/Il suo ritratto. -  La sua posizione a cavallo. - Caratteristiche del bel assetto alla francese. -   Le selle in uso a Versailles. -  Le prime prove della sella inglese. -  Il duca d'Aumale et Lançon.  -  Riflessioni sull'uso della staffa. -  Maniera di stare in sella. -  La posizione delle gambe di d'Aure. ~ La sua tenuta di redini. – I suoi aforismi. – Le sue imboccature preferite. – La sua leggerezza di mano. – Quello che pretendeva prima di tutto. – Il punto d’appoggio. – Caratteristiche del suo addestramento. – Destinazione dei suoi cavalli da caccia. – Il conte  d'Artois e ll cavallerizzo cavalcante. – I due d'Abzac. – La frusta del visconte. – La vecchia frusta e il frustino. – I Maestri d’equitazione sotto la vecchia monarchia. – Il Maneggio dei  Cavalleggeri della Guardia della Scuola Militare a Versailles.


Il maneggio aveva come Cavallerizzo Maggiore il conte d'Aure. Come già vi ho detto, la prima  volta che lo vidi montare fu  durante il mio soggiorno a Saumur, quando si formarono le Guide di Stato Maggiore:  da quel momento desiderai ardentemente di far parte della sua scuola.   Ora è venuto il momento di parlarvi del celebre cavallerizzo.
Ho appuntato giorno dopo giorno le sue lezioni, tutto quello che mi ha raccontato della sua vita equestre, tutto quello che mi ha spiegato riguardo il maneggio di Versailles; ho ascoltato e messo in pratica le sue lezioni con la stessa  passione che avevo avuto per Baucher..Nota
Ebbi la grande fortuna di formarmi dal conte d'Aure non solo durante i due anni passati a Saumur, ma anche più tardi quando, diventato comandante di squadrone, fui posto a capo della sezione di cavalleria di  Saint Cyr (1860).
Da allora si stabilì tra di noi una relazione molto amichevole che perdurò fino alla morte del mio Maestro, avvenuta il 6 Aprile 1863. Aveva sessantaquattro anni.
In quegli anni ho appreso tanto da lui. Era sufficiente solleticare i suoi ricordi per spingerlo ad esporre le sue idee equestri;  rispondeva immediatamente alle mie numerose domande, con la precisione e la  sensibilità tipiche di un eminente cavaliere.

Dunque, vi intratterrò sul celebre Maestro di Equitazione non solo nelle pagine seguenti ma anche nel prosieguo del racconto.
Il conte d'Aure, era subentrato al comandante de Novital nella conduzione del Maneggio di Saumur. La sua nomina a Cavallerizzo Maggiore fu dovuta al suo grande talento, alla sua fama di livello europeo, e al patrocinio del Mgr Nota il duca di  Nemours che era stato suo allievo.
Entrò nelle sue mansioni nel Febbraio del 1847 e si dimise nel  Marzo dell’anno seguente,  in seguito alla rivoluzione di Febbraio e all’esilio della famiglia d'Orléans.
Nel Luglio dello stesso anno,  il 1848, fu richiamato alla scuola e tenne il suo incarico fino al mese di luglio del 1855, quando si dimise  definitivamente .

Cartier d'Aure (Antoine  Philippe   Henry  Léon) nacque a Toulouse il 30 Giugno 1799;  fu nominato sottotenente di fanteria all’uscita della scuola di  Saint Cyr,' chiamata allora :  la « petite école ».
Subito dopo, nel settembre 1816, fu nominato Guardia del Corpo « aggiunta » nella compagnia di Gramont.: si trattò di un passaggio veloce, perchè già nel 1817 divenne allievo cavallerizzo nel maneggio di Versailles.
Ottenne la carica di Cavallerizzo Ordinario nel Gennaio del 1821. Cavallerizzo cavalcante di LL. MM. Louis XVIII e di Charles X. E Cavallerizzo Maggiore della scuola di cavalleria dal Febbraio del  1847 al 17 Luglio del 1855.
Ispettore delle Imperiali Scuderie  e cavallerizzo personale di Napoléon III nel  1858.
Ispettore Generale dell’incremento ippico (nota) nel 1861. Fu nominato cavaliere della Legion d’Onore il 15 Agosto del 1823 ; in seguito ad una missione in Spagna, ricevette nel luglio del 1849 la croce di Ufficiale della Legion d’Onore.                                                 
Morì a Saint Cloud il 6 Aprile del 1863.

Dunque, d’Aure aveva 50 anni quando arrivai a Saumur. Il suo aspetto corrispondeva alla sua età. Favorito da una costituzione fisica adatta all’ equitazione, possedeva una sensibilità equestre straordinaria.
Il suo volto era molto espressivo, si apriva spesso in un sorriso scherzoso che accentuava tanto la linea delle labbra che quella degli occhi, leggermente a mandorla.
La bocca, fine e spesso sorridente,era sormontata da un naso pronunciato.
Il conte faceva uso di tabacco in polvere e, come ultimo  ricordo del mio venerato Maestro, la signora contessa d’Aure mi regalò una delle sue  tabacchiere e un binocolo.
Aveva un leggero tic alla mascella, che si evidenziava quando era preoccupato. A quel tempo credevamo che avesse dolori al collo.
Di carattere spontaneo, tutto intuito ed iniziativa, era poco portato alla riflessione e alla meditazione ma, nonostante spesso sembrasse distratto, in realtà non era affatto disattento.
Ogni cosa sembrava subito facile per lui;  poco pignolo e poco ripetitivo, non aveva nulla di pedante nè amava ostentare.
Perfetto uomo di mondo, brillante conversatore, abile scrittore, aveva la « penna pungente » e se ne serviva spesso.
Era d’indole brillante, a volte arguto altre volte amabilmente spiritoso, a tratti altezzoso ma con bonomia.
                                                                                                                                                                             
Era comunque prudente e indubbiamente  « uomo di buona compagnia », come potrete verificare leggendo una sua lettera sull’equitazione, indirizzata nel 1833  alla signora duchessa de ***.  L’arguzia era il lato prevalente del suo carattere.
Sebbene la sua irritabilità gli impedisse a volte la completa padronanza di se stesso, e sebbene  i suoi modi potessero anche essere rudi, quelli che lo conoscevano bene non si facevano impressionare, sapendo che si trattava di apparenze  e che alla base del suo animo eccezionale c’erano una generosità unica ed una grande bontà..
Di bella presenza, era d’altezza superiore alla media, vicina al limite che non si dovrebbe superare senza poi avere dei problemi con l’equitazione Nota. Il collo e le reni soprattutto erano leggermente allungati,  ma  il dondolio della testa aumentava la grazia  del cavaliere e la lunghezza delle reni favoriva  scioltezza e  sicurezza dell’assetto.

Aveva le ginocchia un pò all’indentro, Nota stava meglio coi pantaloni lunghi  piuttosto che con gli stivali, tanto più che a quel tempo con gli stivali si portavano i calzoni aderenti e non a sbuffo come oggi.
La sua posizione in sella era delle più eleganti, lontana da ogni ostentazione e da ogni presunzione : al primo colpo d’occhio, rivelava una predisposizione privilegiata per l'equitazione.
Soprattutto nell’equitazione di campagna, queste qualità risaltavano in tutto il loro splendore.
Quando si vedeva il conte d’Aure passare, con   grande naturalezza, al galopppo di caccia o al trotto sollevato,  praticato con tanta elasticità e  grazia  -  le gambe nè troppo serrate nè troppo distese -  la staffa calzata completamente come usava allora - si poteva ben dire d’avere davanti agli occhi l’immagine ideale del cavaliere d’alta classe.

Nella cavallerizza, valutandolo  da un punto di vista strettamente accademico, si sarebbe potuto fare un piccolo appunto sulla  posizione delle gambe, che avrebbero dovuto scendere di più.
C’è da notare che nei cavalieri molto « seduti » - e questo era il caso di d’Aure - le ginocchia sono portate a risalire e le natiche  ad uscire di sella quando il cavaliere scende molto con le gambe.

La piccola imperfezione era dovuta principalmente alle due ernie inguinali di cui d’Aure soffriva da molto tempo, da quando era maestro di equitazione a Versailles.
A Versailles si usavano la sella a piquer, Nota per molto tempo la sola concessa agli allievi; la sella a demi-piquer, prediletta dal  visconte d'Abzac e  diverse derivazioni di quest’ultima,  fino alla sella piatta detta « à la française ».

La sella inglese non era usata.

Ora, un giorno si presentò l’occasione a d’Aure di provare quella sella, montando in passeggiata un cavallo dalle andature piuttosto scomode.
Si trovò del tutto disorientato e la solidità del suo assetto fu compromessa.
Umiliato, non voleva che in alcun modo un cavaliere di Versailles potesse fare meglio di lui, come era lecito  aspettarsi da un cavallerizzo del suo rango.
Pertanto si procurò una sella inglese e, con la sicurezza che gli davano i  suoi potenti mezzi, si diede a montare – con quella sella – i cavalli più scomodi.
Fu nell’affrontare quelle tante prove, spesso  violente,che si procurò l’ernia inguinale bilaterale:
Il suo valletto fu il primo ad accorgersene, vedendolo uscire dal bagno.

La posizione leggermente sollevata delle ginocchia di d’Aure mi fa ricordare un aneddoto  riguardante Mgr il duca d’Aumale.
Il principe allora era un giovinotto e aveva per maestro di equitazione  Lançon, addestratore Nota che usciva dalla scuola  di  Versailles.
In quella Scuola, la più grande attenzione era dedicata alla perfezione e all’eleganza della posizione a cavallo. Al punto tale che era sufficiente veder passare un cavaliere proveniente da quella scuola per poter dire :  « E’ un allievo di  Versailles. »  A quell’epoca si diceva :   «Colui che non è un bell’uomo a cavallo non può essere un buon cavaliere..»
Il ritratto del visconte d’Abzac, che si trova nella terza edizione del trattato di equitazione di d’Aure del 1847, rappresenta il modello ideale della posizione ricercata a Versailles.
Era caratterizzata da una profonda inforcatura,   ginocchia quasi dritte,  gambe cadenti morbidamente grazie al  loro stesso peso.
Quella posizione di gambe era molto in voga a quel tempo ed era adottata dalla maggior parte dei cavallerizzi :  lo testimoniano i ritratti dell’epoca e la mia esperienza diretta, fatta osservando montare   il comandante Rousselet, il capitano Brifaut e il vecchio maestro di equitazione Aubert.

Erano staffati molto lunghi, certamente più di d’Aure: la punta del piede  non poteva che sfiorare la staffa e sovente era più bassa del tallone,  come ho potuto osservare personalmente e come si nota nel ritratto del visconte d’Abzac.
Anche  Lançon montava così;    ottuso e imbottito dei principi di Verailles, disapprovava la maniera di calzare la staffa di d’Aure  e il suo essersi  distaccato – nella pratica come nell’insegnamento – dalla linea dettata dai loro maestri.
Sebbene fosse un innovatore, d’Aure teneva in buon conto le opinioni di coloro che provenivano dalla sua stessa scuola; pertanto, un giorno che montava col Mgr il duca d'Aumale, gli disse : « Domandi a Lançon cosa pensa di me ».
                                                                                                                                                                                     
Il principe pose la domanda a Lançon, il quale si limitò a dire , con voce aspra  come  era sua abitudine : «Potete dire a d'Aure che è un “ accrocco “ Nota » Naturalmente il giovane principe non esitò a riferire la risposta di  Lancon al conte d'Aure, il quale replicò:   « Ah ! se montasse i cavalli che  monto io ! »
In effetti quel minchione non aveva che cavalli da scuola, facili da montare, dalle andature dolc, e,  lavorando su fondi compatti e non chiedendo loro grandi sforzi, poteva permettersi di tenere  le staffe  sotto la punta del piede, come faceva  Lançon, rendendole  nient’altro che  « l’ornamento del piede. »

Ma coi cavalli difficili quella staffatura, a causa della sua lunghezza, diventa un impaccio e  rende più difficoltoso mantenere una pressione energica e prolungata delle gambe in varie situazioni: su terreni accidentati,  quando bisogna superare degli ostacoli,  quando si spinge il cavallo al galoppo di carriera e quando si pratica il trotto sollevato.

Comunque, se è vero che – in maneggio – il conte d’Aure portava le ginocchia un po’ in alto, è altrettanto vero che restava perfettamente seduto in ogni circostanza , come richiesto dal suo maestro - il visconte d’Abzac – che ripeteva continuamente agli allievi il suo motto preferito : - « assis ! assis ! ».

Nella tradizione di Versailles, il modo di stare in sella prevedeva di spingere le natiche sotto di sè Nota. Un vecchio maestro di equitazione di quella scuola – del quale ho dimenticato il nome – a questo proposito manifestava un comportamento curioso.
D’Aure mi disse che, quando si sedeva su una poltrona, lo faceva prendendo  posizione come se inforcasse un cavallo :  cacciando - prima di tutto - le natiche sotto di sè.
Questo tipo d’assetto, caratteristico di d’Aure, provocava un leggero inarcamento delle reni e  aveva portato il celebre cavallerizzo a inclinare leggermente il corpo all’indietro, particolarmente quando montava in maneggio, prendendo una posa un po’ studiata.

Il barone de Curnieu, comparando la posizione di d’Aure con quella di Baucher -  molto meno seduta, con  propensione a portare il corpo in avanti -  affermò, con ironia  :  « D'Aure monta sulla schiena, Baucher monta sulla pancia. »

La posizione delle gambe di d'Aure differiva da quella del visconte d'Abzac che, come la maggior parte dei vecchi cavallerizzi , lasciava cadere le gambe con  un certo abbandono; D’Aure manteneva un maggior contatto col cavallo.
Le sua gambe erano piazzate in modo da essere sempre pronte a mandare francamente il cavallo in avanti, se necessario aiutandosi con  gli speroni .
Il maestro diceva :  « gli speroni devono avere tanto potere sul cavallo da farlo passare nel fuoco. ». Nota

Nella tenuta delle redini mostrava un’abilità sorprendente:  una volta – durante una passeggiata – l’ho visto tenere nella mano sinistra  le quattro redini, la frusta, la tabacchiera e il fazzoletto. E intanto conduceva il suo cavallo in perfetta scioltezza.
Il suo modo di tenere e di usare le redini in maneggio era del tutto personale e non era stato appreso da nessuno dei suoi maestri.

Nella posizione della « mano della briglia » il pollice era più vicino al corpo del mignolo, evitando - così – l’allungamento della redine destra, uno sbilanciamento che si produce quando la mano assume la posizione inversa;  le redini devono essere aggiustate con la mano destra sistemandole fino al pomello.

A Versailles, nelle scuderie reali – per i cavalli dei « capocaccia » la redine destra della briglia era di un punto – un centimetro e mezzo – più corta di quella sinistra :  I …..conducevano i loro cavalli con una sola mano, avendo impegnata la destra con il « corno da caccia ».

Devo dire che se si mantiene la mano della briglia nella posizione generalmente usata, col   mignolo più vicino al corpo che il pollice, l’allungamento della redine destra può essere evitato se, quando si sistemano le redini,  si mette l’indice della mano destra tra di loro; in tal modo,  si ha la possibilità di agire sull’una o sull’altra redine e in seguito di accorciare la redine destra. In questo caso, non si prende come riferimento il pomello ma si parte dal morso per calcolare la stessa lunghezza. Nota
D’Aure teneva la mano destra piazzata in avanti e al di sopra della mano sinistra, le dita allungate,  posate di piatto sulle redini della briglia, libere di agire efficacemente gravando ora sull’una ora sull’altra.Nota.
Questa posizione della mano destra era giustificata non solo perchè permetteva di  piegare l’incollatura con grande facilità, ma anche e soprattutto per il grande uso che l’abile cavallerizzo faceva della redine di opposizione al fine di  deviare, raddrizzare e contenere le anche. Nota
Il suo tatto equestre – così raffinato – gli diceva di concentrarsi verso le anche, sia per controllare le resistenze ed eliminarle, sia per dar loro la direzione.

La mano sinistra non partecipava a questi effetti di opposizione:  « Ognuno ha la sua fissazione – diceva il Maestro – la mia è di tenere la mano della briglia ben piazzata in mezzo alla panza ; e non si deve muovere se non nei cambiamenti di direzione,  mantenendosi  sempre nella  direzione da seguire. »

L’importanza che d’Aure dava alla posizione centrale della mano della briglia non era fine a se stessa, ma finalizzata al conseguimento della  posizione dritta del cavallo,  che era uno dei suoi principali obiettivi.

Per convincersene, bastava osservarlo alla testa della ripresa dei cavallerizzi. Lui solo, in tutta la ripresa,  faceva i cambiamenti di piede al galoppo senza traversare il suo cavallo.
Si poteva  allora osservare la sua mano sinistra piazzata secondo il suo principio, mentre  la  destra agiva sull’una o sull’altra redine per piegare l’incollatura, o  venire in aiuto alla gamba per disporre il cavallo nel movimento richiesto.

«Il cavallo è come la barca, lo si dirige dalle due estremità. »

D'Aure applicava quest’aforisma, così giusto e produttivo, in maniera perfetta e costante;  di certo lo aveva appreso dal maestro, ed era stato poi seguito da tanti altri che si ispiravano ai suoi principi,da lui condensati nell’immagine della barca..
Di solito trascurava l’uso del filetto, utilizzando quasi costantemente il morso.  Quando, nel 1838, venne a Saumur invitato dal generale de Brack,  comandante della scuola, osservò che i cavalli non erano messi in mano come nella scuola dei d'Abzac, dalla quale proveniva, per il troppo uso del filetto, uso  motivato dalla falsa convinzione che il  fissare il cavallo sul morso l’avrebbe troppo represso.

La sua predilezione per il morso era del tutto naturale:  lavorando sulle resistenze dei cavalli, cioè sul controllo incompleto delle energie, agiva soprattutto sul controllo fisico del cavallo/sulla massa Nota.
Il suo lavoro mirava a  ottenere un più favorevole bilanciamento delle forze in gioco, stabilendo un equilibrio tra  quelle che spingono in avanti e quelle che moderano e rimandano il peso là dove è utile ai fini di una sua buona distribuzione.
Pertanto era necessario un freno di una certa potenza, sia per fissare la testa, sia per determinare nell’equilibrio del corpo – inteso nel suo insieme – le modifiche dell’atteggiamento del cavallo o il movimento richiesti.

La sua mano – tenuta ben ferma – una volta ottenuto l’effetto richiesto diventava di un’estrema leggerezza, una mano di bambagia: Nota giocava morbidamente con le dita sulle redini come se fossero dei nastrini delicati e avesse paura di romperli.
Quando chiedeva di rallentare o l’alt, per rendere l’azione della mano il più possibile morbida e progressiva inclinava leggermente il corpo all’indietro:  la mano non faceva altro che seguirlo senza tirare.

D’Aure, nella sua pratica, esigeva innanzitutto la franchezza dell’impulso.
Mandava il cavallo sulla mano tenendo un contatto costante con la sua bocca e dosando la tensione delle redini in funzione del livello di energia dell’andatura.
Poi dava all’incollatura un’elasticità sufficiente a poterla allungare o piegare in ragione della distensione o del raccorciamento dei movimenti.
I suoi cavalli si mostravano sinceri con lui, liberi nelle  andature, precisi alla mano, spontanei e diligenti allo sperone.
Montava a lungo il cavallo che addestrava in previsione del lavoro di campagna, dicendo che i cavalli chiamati a rispondere a tutte le mani si addestrano soprattutto con il lavoro di routine, con l’ assuefazione

Ricordava questi soggetti perchè, quando era cavallerizzo cavalcante, i suoi cavalli da caccia erano particolarmente ricercati.
Infatti, camminando accanto al re, per lasciare al sovrano il fondo migliore, metteva sempre il suo cavallo nei solchi lasciati dai carri: solo per questa circostanza, che diventava per loro un’abitudine, quei cavalli acquisivano una sicurezza di piede che li rese assai apprezzati dall’entourage del re.

Quello che non diceva era che, con il suo talento, completava meravigliosamente  quello che il terreno aveva insegnato ai suoi cavalli.
Questo mi ricorda un aneddoto: un giorno, il conte d’Aure accompagnava alla caccia il conte d’Artois; il principe, dopo aver superato un fossato assai largo, tornando verso d’Aure disse :  « Ecco,  “ signor scudiere”  come salta un principe !! »
Nei pressi c’era un torrente, con delle scarpate alte come argini:  dunque un ostacolo ben più impegnativo di  quello saltato dal principe.
D’Aure si lanciò, saltò il torrente, poi ritornando verso il principe lo saltò di nuovo, infine lo raggiunse e commentò :  « Altezza,  ecco come salta un cavallerizzo ».

E’ bene sapera che d’Aure allora era molto giovane, pieno di fascino e di grazia,  particolarmente benvoluto da Louis XVIII :  trattato a corte come un ragazzo viziato,  poteva permettersi quelle libertà di linguaggio.

Nel castello di Montlieu, che sorge nei pressi di  Rambouillet e   appartiene al figlio del conte d’Aure,  ho visto un quadro che raffigura proprio quell’episodio.
La giumenta che montava il cavallerizzo-cavalcante – fedelmente raffigurata – era piccola, di aspetto comune e non aveva certamente una grande attitudine per il salto.

Essendo stato allievo dei fratelli d’Abzac - in particolare del Visconte, per oltre dieci anni Nota -  d’Aure  fu considerato il continuatore scrupoloso del pensiero dei suoi maestri. In realtà nè il pensiero nè il talento dei fratelli d’Abzac apparivano omogenei.

Il talento del visconte sovrastava di molto quello del cavaliere; basta ricordare che il visconte stesso, quando il fratello cadetto venne nominato « Cavallerizzo Ordinario »  presso la Grande scuderia, commentò l’avvenimento dicendo scherzosamente:   « Adesso sta cominciando ad andare a cavallo. »

Queste parole si comprendono meglio aggiungendo che il visconte d’Abzac, all’età di ottantaquattro anni , era solito dire: « ogni giorno apprendo ancora qualcosa di nuovo. »
Quando d’Aure mi riportò questa affermazione del suo maestro, credetti che esagerasse.
Oggi sono convinto che avesse ragione,  perchè a volte, scendendo da cavallo, ho ancora qualche riga da aggiungere alle mie innumerevoli annotazioni equestri, ed ho più di settant’anni !

Le osservazioni di d’Abzac sulla progressione incessante dell’apprendimento sono confermate dal generale Michaux, un tempo aiuto-cavallerizzo al maneggio di Saumur.
Fui testimone di una conversazione nella quale l’interlocutore di d’Abzac teorizzava che in equitazione   « ormai tutto era stato scoperto » ; il decano dei cavallerizzi rispose :  « Ebbene, tutti i giorni io imparo qualcosa di nuovo. »

Quando d'Aure era allievo dei  d'Abzac, la sua sensibilità lo portava più verso il genere d’equitazione del Cavaliere, che brillava per la sua pratica dell’ l’equitazione da campagna, piuttosto che verso quella del Visconte, che gli sembrava troppo meticolosa.

Più di una volta questi, che era conosciuto per la sua severità, rimproverò al suo allievo di dimenticare i  precetti appresi e di fare « lo scavezzacollo» (lo scozzone).
Un giorno che d’Aure abusava della sua prestanza equestre per far fare ad un cavallo degli esercizi ai quali non era ancora preparato, il visconte d’Abzac, additandolo, disse a Bellanger – che era allora addestratore  di maneggio – « Lo vedi quello là ? Ebbene, ricorda: ecco come NON si deve fare. »

In seguito Bellanger ricordava volentieri quelle parole d’Abzac.
A quel tempo, si diceva – usando un’espressione molto in voga allora - che d’Aure si era messo a capo della « scuola romantica », mentre il visconte d’Abzac era rimasto un fedele rappresentante della « scuola classica ».

Comunque d’Aure ammirava moltissimo il suo maestro, tanto  che,  molto tempo dopo la sua morte e la chiusura del maneggio di Versaillles, d’Aure aveva ancora la frusta del visconte,  conservata gelosamente,  sulla quale si appoggiava quando dava lezione.

La vecchia frusta era del tutto differente da quelle odierne: composta da una canna piuttosto grossa, aveva l’impugnatura di velluto, alla quale era fissato un lungo cordone Nota in cuoio piatto e senza il fiocco.
Quando il cavallerizzo non l’usava, la teneva come una bacchetta e il cordone si trascinava per terra.
La frusta in uso oggi è una semplice sferza (frustino), chiamato a volte « torti » dagli uni, « dia » dal marchese Ducroc de Chabannes, ed era usata per  correggere i cavalli viziati Nota.

Durante la vecchia monarchia, l’equitazione era tenuta in gran conto in Francia, più che in tutte le altre nazioni:  i cavallerizzi godevano di gran prestigio ed erano fortemente rispettati.
Raggiunse il suo apogeo nel diciottesimo secolo; a quell’epoca  il maneggio di Versailles, il maneggio dei Cavalleggeri della Guardia e il maneggio della Scuola Militare rappresentavano i tre grandi centri dell’equitazione francese, fungendo  da modello in tutta Europa.

Se si cercano  affinità tra l’’equitazione di d’Aure e quella del passato, le si possono trovare presso i cavallerizzi militari piuttosto che nel maneggio di Versailles.
Questi hanno sempre superato i civili dal punto di vista della semplicità: basti pensare ai metodi insegnati nella Scuola militare dal famoso tenente-colonnello d’Auvergne, che semplificò e rese più naturale l’equitazione professata dal suo maestro, il conte de Lubersac ; in seguito i suoi allievi Bohan, Boisdeffre, Ducroc de Chabannes  interpretarono e trasmisero quel tipo di equitazione.

Il conte de Lubersac, dopo esser stato Maestro di Equitazione della Grande Écurie, aveva diretto la famosa scuola dei Cavalleggeri della Guardia;  i suoi principi sono enunciati in un libro scritto da un suo allievo , Montfaucon de Rogles, da lui stesso posto al comando del maneggio di questa scuola.
Quanto ai metodi usati al maneggio di Versailles, che (erroneamente) si son voluti far risalire ai precetti di de La Guerriniere, in realtà esistono soltanto nella tradizione, sia durante la Restaurazione che prima della Rivoluzione del 1789.

In seguito a questa Rivoluzione, i vecchi addestratori del maneggio di Versailles :   Coupé, Gervais, Jardin, furono chiamati ad insegnare al posto dei cavallerizzi – loro maestri – che erano stati dispersi per le sanguinose vicende rivoluzionarie.
Costoro  adottarono il libro di Montfaucon – che per la sua semplicità rispondeva agli insegnamenti dei fratelli dìAbzac – e non quello di de La Guerriniere, concepito con tutt’altro scopo.
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